La romanizzazione della valle del Salto

Dopo la conquista romana del 290 a.C., nel territorio si continua a vivere in abitazioni diffuse nelle zone maggiormente fertili ai piedi delle montagne e ai margini dei bacini intermontani. Molti agglomerati rurali, con una organizzazione in pagi (circoscrizione territoriale rurale) e vici (aggregato di case), garantivano l’intenso utilizzo del territorio tramite agricoltura, pastorizia, allevamento e utilizzo delle aree boschive per la caccia e il legname. L’integrazione di questo tessuto organizzativo con i santuari, mostra una situazione simile a quella precedente la conquista romana. In questo panorama sostanzialmente immutato per tutta l’età repubblicana (III – fine del I sec. a.C.) si inseriscono, nella prima età imperiale e comunque entro la prima metà del I sec. d.C., i municipia, veri e propri centri urbani e amministrativi: Nersae, e Cliternia. Nei territori di queste piccole città pochi sono gli spazi abitativi perché gli abitanti continuano per la maggioranza a vivere nelle campagne, fenomeno vivo ancora oggi.

La piana di Corvaro è una delle più ampie superfici coltivabili del Cicolano ed è naturale che proprio qui l’insediamento umano si sia sviluppato nei secoli. Le ricerche di superficie effettuate hanno permesso di individuare una serie di insediamenti che testimoniano di questo modo di vivere nelle campagne. Un insediamento abitativo, costituito da una serie di edifici separati da spazi aperti, è stato individuato nei pressi del grande tumulo di Corvaro. Una parte di questi edifici è stata oggetto di scavo sistematico da parte della Soprintendenza, che ha mostrato l’esistenza di una serie di strutture con copertura di tegole databili tra il l’età repubblicana e la prima età imperiale (I sec. d.C.). Un altro coevo è stato individuato ai margini della piana, nei pressi dell’odierna chiesa di S. Francesco Vecchio.

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Il municipium di Nersae

In località S. Silvestro di Nesce nel Comune di Pescorocchiano si trova il municipio di Nersae, antico centro romano ricordato da Virgilio nell’Eneide e da Plinio nella sua opera Naturalis Historiae, in particolare nel libro riguardante l’uso medicinale di alcune piante selvatiche. Nella spianata tra Nesce e Civitella è individuabile l’area centrale dell’abitato dove può essere collocato il foro, cioè il cuore politico ed amministrativo della città. Da quest’area infatti provengono molte iscrizioni e molti sono i resti visibili sul terreno. Il municipio fu voluto dai Romani all’inizio del I sec. d.C. e in quell’occasione furono costruiti tutti i monumenti pubblici. In età adrianea (inizi II sec. d.C.) la piccola città fu restaurata per il degrado in cui dovevano versare alcuni luoghi. Abbandonata alla fine dell’impero (III-IV sec. d.C.) Nersae non fu mai più abitata.

Tra le rovine visibili molti sono i resti di strutture murarie e della decorazione architettonica di edifici pubbliciquali blocchi in calcare, colonne, are, basi modanate e capitelli. Al di fuori dell’abitato antico si trovano i resti di una necropoli rupestre di cui ancora si leggono, seppur con difficoltà, iscrizioni funerarie.

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Lo scavo

Tra il 1988 e il 1989 la Soprintendenza ha effettuato una campagna di scavi nell’area dell’antica città di Nersae. Le indagini hanno riportato in luce diversi ambienti appartenenti ad un unico edificio pubblico probabilmente a carattere commerciale, databile tra la prima e la tarda età imperiale (I-V sec. d.C.). La costruzione è realizzata in calcare locale e doveva essere coperta con un tetto di tegole. Sono stati individuati quattro ambienti affiancati ed un’area porticata, che conserva ancora al loro posto le basi delle colonne in calcare. Della decorazione dell’edificio dovevano fare parte probabilmente le lastre di decoraione architettonica rinvenute durante lo scavo, che richiamano, con la loro decorazione ad ovuli, la decorazione dei capitelli in pietra. Nello scavo infatti sono state trovate alcune sepolture, con corredi non particolarmente ricchi, consistenti in oggetti di ornamento personale come bracciali ed anelli in bronzo, che hanno restituito anche monete delle quali la più tarda risale all’età di Valente (364-3

LE EPIGRAFI DI NERSAE

Alcune delle iscrizioni permettono di ricostruire almeno in parte l’aspetto del municipio, che doveva avere uno spazio pubblico in cui i magistrati locali, i duoviri, potevano amministrare la giustizia e svolgere le funzioni pubbliche e i riti religiosi comunitari. Sappiamo anche, dalle numerose iscrizioni, che nella città doveva esserci un tribunal (la tribuna dalla quale il giudice amministrava la giustizia) e un teatro oltre che diverse zone sacre dedicate a divinità orientali, come Mitra, Iside e Serapideea Giunone, Marte Ultore, Vittoria, ecc.

XLIII

INVICTO MITHRAE
APRONIANUS ARKAR
REIPDD
DEDICATUM VII KIVL
MAXIMO ET ORFITO COS
PER C ARENNIUM REA
TINUM PATREM
Trovasi sotto Nesce nel luogo detto le Terme. Fu pubblicata dal Kellermann (Ann. Istituto 1834, p.112), dal Martelli (Tom. II p. 163), dal Mommsen (I.N. n.5705), dal Garrucci (cit. Bull.p. 164) e dal Michaeli op.cit. Vol.I p.179) Questa epigrafe fu posta nell’anno 172 dell’era cristiana.

XLIV
templuM SOLIS INVICti mithrae
pro salutE ORDINIS ET POPuli Apronianus? arkaRIUS REIPVETUSTATE collapSUM
ex sVA PECUNIA RESTITuit
Fu rinvenuta dal Martelli tra le rovine di Nerse. Ora trovasi in casa dei Signori Pace a Colle della Sponga. E’ in marmo bianco. Fu pubblicata dal Martelli stesso (tom. II, p.163), dal Mommsen (I.N. 5706), dal Garrucci (noto Bull. p.164) e dal Michaeli (op.cit.vol.I, p.193). Io l’ho riprodotta come è stata supplita dal Garrucci.

XL
PRO SALUTE ORDINIS ET POPULI SIGNASERAPIS ET ISIDIS CUM ERGASTERIS SUIS
ET AEDICULAM IN SCHOLAM PERMIT
TENTE ORDINE
APRONIANUS R P AEQUICUL SER ARK
CUM AEQUICULA BASSILLA ET AEQUI
CULO APRONIANO FIL PEC SVA FECIT
L D D D
Trovasi in casa dei Sigg. Marchesi Antonini-Colligola in Pace, frazione di Pescorocchiano.
Fu divulgata dal Kellermann (Ann. dell’Ist. Arch. pp. 111 e 112), dal Martelli (Tom.II, p.164), dal Mommsen (I.N. n.5704), dal Garrucci (noto Bull.. p.164) e dal
Michaeli (op.cit. vol.I, p.179). Secondo questa epigrafe, sembra, che Aproniano introducesse nella scola od offizio del Curatore della rendita in denaro, a cui egli era addetto come pubblico servo, le statue di Iside e Serapide col piccolo tempietto nel quale erano poste. Queste due statue vennero donate con tutti gli ornati, come deve intendersi il vocabolo di origine greca cum ergasteris; perché indicando officina, in questo luogo è stato messo invece delle cose che si lavorano nelle officine.

XLVI
IMP CAESAR
DIVI TRAIANI
PARTHIGI FILDIVI
NERVAE NEPOTI
ANO HADRIANO
AUG POTIF MA:
TRIB POT XIII COSIII P P
QUOT OPERA PUBLIC..
VETUSTATE DILAPSA
PECUNIA SUA
RESTITUERIT
E’ in Nesce. Fu pubblicata dal Martelli (Tom. II, p.162), dal Mommsen (N.864) che la pose fra le false a cagione dell’autore (Martelli) da cui l’aveva
copiata, dal Garrucci (cit. Bull. p. 165) e dal Michaeli (Note per la storia della città di Rieti – nota 41). Questa importantissima epigrafe che ricorda i restauri fatti dall’imperatore Adriano in alcuni pubblici edifici, è dell’anno 129 dell’era cristiana, come l’indica la tredicesima potestà tribunizia; perché tra gli imperatori Romani (secondo la testimonianza di Dion Cassio Lib. III, 3) era invalso l’uso di enumerare gli anni del proprio impero mercè quelli della loro potestà tribunizia. Ho da notare che Adriano fu console tre volte soltanto, e l’ultima volta nel 110 e che il terzo consolato fu sempre ripetuto negli anni susseguenti del suo impero.

XLVII
C CALVEUDIS PRISCUS
VI VIR AUG SIBI ET
ADRIAE POETHADI
CONIUGI SUAE
SILVESTRI FIL V A V
POSTERISQUE SUIS FEC
E’ incisa sopra una rupe che è sotto Nesce, nel luogo detto S. Silvestro. Fu pubblicata dal Martelli (Tom. II, p.164); dal Mommsen (N.5714), dal Garrucci (noto Bullet. p.167) e dal Michaeli (op.cit. Vol. I, p.180).

XLVIII
C BETUINUS
SPURIUS
L ASINIUS L L
ALNXSAN..
BETUINA C…
SECUNDA
E’ in pietra calcarea e rotta in due pezzi. E’ conservata in Nesce in una stanza terrena dei Signori Marchesi Antonini. Fu rinvenuta dal Bunsen sotto Nesce e dallo stesso copiata. Venne pubblicata dal Martelli (Tom. II, p. 165) e dal Garrucci (cit.Bull. p.177).

XLIX

PTUMUS
T L / ANTIOCUS
D D/L . M
E’ una epigrafe votiva che fu veduta dal Gualtieri sotto Nesce. Fu pubblicata dal Mommsen (I.N.5708) e dal Garrucci (cit. Bull. p.165).

L
COELIUS AEQUICULUS AN C
H S E
Fu trovata dal Martelli mentre faceva praticare degli scavi sopra la casa rurale di un tal Domizi di Nesce; costituiva il coperchio di una cassa mortuaria. Fu
pubblicata dal Martelli istesso (Tom. II, p.167).

LI
C AEQUISIUS
SIBI ET MARCIAE
La riferisco sull’autorità del Martelli che la pubblicò a p. 167 del Tomo II dell’opera citata e che disse di averla trovata presso Civitella di Nesce in un antico sepolcro.

LII
LUPI
E’ un frammento di epigrafe trovato a Nesce e pubblicato dal Colucci nel cit. Bullett.Neapol., a p. 91.

LIII
SALUTI
FORTUNATUS REIP
ARBARIUS
Fu pubblicata dal Mommsen (I.N.5707) a cui fu comunicata da Angelo Leosini, e dal Garrucci (cit. Bull. p. 165)

LIV
L CRESIDIO L F CLA BASSO
II VIR AEQUICI IIII VIR CARS
FORTUNATUS L FECIT ET SIBI
ET CAECILAE LUCUSTAE
E’ scolpita in un gran piedistallo che trovasi accanto alla porta d’ingresso alla chiesa parrocchiale di Pescorocchiano. Fu pubblicata dal Martelli (Tom. II, p. 165) ma scorrettamente, avendo trasformato Fortunato liberto per soldato della coorte quarta, ed invece di Lucustae aveva letto Iacusiae; il Mommsen per conseguenza la pose tra le false (n. 870). Fu pubblicata dal Garrucci (cit. Bull. p. 167), il quale avvalendosi di questo monumento, avvisò che presso l’antica Nerse fosse sorta una nuova città col nome di Equico, come abbiamo veduto a pag. 20 di questo lavoro. Infine fu pubblicata dal Michaeli (op. cit. Vol. I p.180).

LV
C SEPTUMIUS
O L
PAMPHILUS
E’ in pietra calcarea e trovasi murata nel campanile della chiesa parrocchiale di Pescorocchiano. E’ in carattere antico. Fu pubblicata dal Martelli (Tom. II, p. 165) e riprodotta dal Mommsen (n.5723) e fu anche pubblicata dal Garrucci (cit. Bull. p.178).

LVI
TITIENUS C F
C N CLA
NONIA TARENTINI L F
UXOR
Trovasi nel camposanto di Pescorocchiano che è congiunto con S. Maria della Neve. Fu pubblicata dal Martelli (Tom. II, p.166), dal Mommsen (n.5724) che la riprodusse come l’aveva data il Martelli, e dal Garrucci (cit. Bullet. p.177). I primi due vi hanno aggiunto il prenome L ed hanno guastata la posizione delle ultime linee. La moglie del Tizieno è Nonia figlia di Tarentino Lucio. L’omissione del pronome, denoterebbe che Tarentino non era ingenuo.

LVII
T VIBIENUS T F
CLA
GRASSIANUS
AEQUISIA C F UXOR
Trovasi in un orto dei Signori Ferri di Pescorocchiano. La pubblicarono il Martelli (Tom.II, p.166), il Mommsen (I.N.5727) ed il Garrucci (cit.Bull. p. 168).

LVIII
CAESIENA
ALANIO
PA

E’ in pietra calcarea con vetusta paleografia propria del secolo settimo di Roma. Fu pubblicata da Garrucci (cit.Bull. p.168 e con annotazioni a p. 177). Quel che deve notarsi in tale epigrafe è il PA che deve supporsi in luogo di Patri.

LIX
Q GAVIUS Q F
QUINTO SIBI ET SOSIAE
O L
SELENIONI
E’ posta come soglia nell’altare maggiore della chiesa parrocchiale di Pescorocchiano. Fu pubblicata dal Martelli (Tom. II, p.168).

LX
Q APELLIUS

Martelli (Tom. II, p. 160), dal Mommsen che la pose tra le false (n.848) e dal Garrucci (cit. Bull. p.166) che la dichiarò di potersi stimare anteriore alla promulgazione della Legge Giulia (pag.54del cit. Bullet.)

LXII
SABINA UXOR
PRONEPOS CL LUPUS
.. ONEPOS CL LUPUS
E’ in marmo bianco e trovasi in Borgocollefegato. Venne pubblicata dal Garrucci nel Bull. Archeol. Napol. a p. 177.

LXIII
C POMPONIUS
C L DASIUS
VIVOS SIBI ET
HELENAE C L
PHRONESNI
E’ in pietra calcarea giacente presso la chiesa di S. Anastasia in Borgocollefegato. La pubblicò il Martelli (Tom.II, p.160) ma travisata, in quanto che vi aggiunse la tribù Claudia e cambiò C L in M F; la pubblicò il Mommsen, che senza alcuna ragione speciale la pose tra le false (n.873) ed infine il Garrucci (cit.Bull., p.178)

LXIV
ARERIUS
E’ in pietra calcarea con vetusta paleografia e trovasi in Borgocollefegato

Dedica alla Dea Vittoria da parte di Ferter, altare di I-II secolo rinvenuto nella vallata di Civitella e traslato nella frazione di Nesce, comune di Pescorocchiano (cfr. «ae», 1987, 320; Buonocore 2007, p. 73)

L’impianto termale di Capradosso

Sono molteplici le presenze archeologiche disseminate nel territorio del Comune di Petrella Salto. Dalla frazione di Capradosso provengono anche diverse iscrizioni, strumenti importanti per la ricostruzione della storia dei luoghi. Una di queste ancora lì conservata, testimonia l’esistenza di duumviri (magistrati) nel municipio di Cliternia. In località Vicenne, a seguito di ricerche effettuate dalla Soprintendenza in collaborazione con il Comune, è stato individuato un impianto termale, conservato per almeno sei ambienti contigui, di cui tre riscaldati. Di questi, delimitati da murature in pietra calcarea, si legge ancora in parte la planimetria. Il complesso è sviluppato su di un asse N-S con gli ambienti più caldi esposti a meridione, che seguono una sequenza tradizionale costituita da un ambiente per la sudorazione (sudarium), riconoscibile per la caratteristica forma circolare e per i nicchioni alle pareti, una sala per il bagno caldo (caldarium) e un ambiente a temperatura media (tepidarium). Le altre stanze potrebbero essere palestra e spogliatoio (apodyterium). Come dimostra la scelta dei materiali esposti, le sale dovevano originariamente essere decorate oltre che con i pavimenti musivi, con marmi, parietali o pavimentali, e con intonaci colorati alle pareti. Per le dimensioni e le caratteristiche, che non fanno pensare ad un complesso abitativo privato, è possibile supporre che queste terme fossero uno degli edifici pubblici dell’antico municipio romano. Il complesso termale, al cui scavo hanno partecipato diversi bambini e ragazzi del territorio che con entusiasmo hanno prestato la loro collaborazione, si data al II sec. d.C.

Il municipio di Cliternia

Un’indagine archeologica del 2018 condotta dall’archeologo Christian Mauri ha probabilmente consentito di localizzare l’antico municipium romano di Cliternia nel territorio comunale di Fiamignano. In precedenza un’arbitraria interpretazione, ancora ottocentesca, di un’epigrafe rinvenuta nella chiesa di S. Nicola a Capradosso ha voluto collocare la città di Cliternia proprio a Capradosso. In realtà questa epigrafe riporta soltanto il cursus honorum di Sellusius Certus, il quale fu edile a Rieti, nonché questore e duumviro di Cliternia, ma non aiuta sulla localizzazione della città.

Poche sono le notizie a riguardo di Cliternia nelle fonti letterarie. Da Plinio sappiamo soltanto che questa città sorgeva in territorio equicolo (Plinio Il Vecchio, 78). Alcune epigrafi rinvenute nel territorio comunale di Fiamignano e relative a cariche pubbliche dimostrano lo stato di municipium raggiunto da questa città in epoca romana. Il Coarelli ricorda che “a Fiamignano e nelle frazioni adiacenti sono numerosi iscrizioni (alcune di magistrati) che mostrano l’importanza di questo vicus, probabilmente il più notevole dell’area” (F. Coarelli, F. Zevi, 1982). Nella piazza di Fiamignano si conserva l’iscrizione dei censori Marci Larti e di Sabini, padre e figlio, che riporta la costruzione di un acquedotto e i restauri ad un fanum. Il territorio è caratterizzato da un’elevata concentrazione di santuari e luoghi di culto equicoli, con murature in opera poligonale, che dovevano gravitare intorno ad un importante insediamento urbanizzato, avente una funzione polarizzante per il resto del territorio. In località S. Angelo, sul Monte Aquilente, è presente un terrazzamento in opera poligonale che recinge un’area grossomodo rettangolare, grande circa 35 x 14 metri. L’opera poligonale è di IV maniera, con i blocchi tendenti alla forma parallelepipeda ed assise regolari, e si colloca alla fine del II secolo a.C. Di queste mura se ne conservano oggi i due cantonali in blocchi di calcare. La posizione di questo santuario equicolo, posto a ben 1.350 metri di altezza presso il Monte Aquilente, lo colloca in posizione dominante sull’intero Ager Aequiculanus, su cui affacciava la fronte del santuario.

Un’epigrafe rinvenuta nella sottostante frazione di S. Agapito permetterebbe di attribuire questo santuario a Giove Ottimo Massimo, il cui culto in effetti era diffuso nelle località romane di altura[1]. La menzione nell’epigrafe di altri “dei e dee”, rimasti anonimi, lascia intendere che qui si veneravano diverse divinità locali. Siamo in presenza quindi di un luogo di culto eterogeneo ed aggregante per le diverse popolazioni rurali del Cicolano. Nella frazione di Marmosedio la chiesa medievale di S. Lorenzo in Fano sorge al di sopra di un terrazzamento in opera poligonale di III maniera, databile alla fine del II secolo a.C. e conservato oggi per una lunghezza di 32 metri ed un’altezza di 3 metri . I blocchi sono in calcare rosato di estrazione locale, con giunti serrati e facce levigate. Il toponimo Fano induce ad interpretare le mura come sostruzioni per un tempietto equicolo (fanum) ed indicare una continuità religiosa tra l’epoca romana ed il Medioevo, quando sullo stesso luogo venne eretta la chiesa benedettina di San Lorenzo in Fano. Al tempietto equicolo appartenevano probabilmente alcune colonne conservate all’interno della chiesa, nonché un capitello dorico (trafugato) ed un rocchio di colonna, riutilizzato oggi per sorreggere l’acquasantiera.

La grotta del cavaliere ad Alzano

Alle pendici del Monte Fratta, presso la frazione di Alzano di Fiamignano, all’interno di una boscaglia si trovano i resti di un imponente santuario equicolo, denominato Grotta del Cavaliere. Questo santuario era articolato in tre terrazze degradanti, delimitate da mura in opera poligonale di II-III maniera, datate tra il III e la fine del II secolo a.C. Il muro inferiore si conserva per una lunghezza di 48 metri ed un’altezza massima di 4,30 metri. È costituito da 9 filari di blocchi in calcare di dimensioni variabili, con giunti approssimativi e l’inserimento di qualche zeppa. Tra il primo ed il secondo muraglione si trova la cosiddetta Grotta del Cavaliere, un pozzo a pianta circolare, profondo circa 2,60 metri, che va allargandosi verso il basso. Il diametro superiore misura 2,40 metri, mentre quello inferiore, più largo, 3 metri. Il pozzo ha la particolarità di essere realizzato con blocchi longitudinali, conservati per 5 filari, progressivamente in aggetto verso l’apertura e che diventano man mano più piccoli verso il fondo. La copertura era costituita da un grande lastrone circolare, con foro centrale (in esposizione nella sala 5). In prossimità del pozzo vennero rinvenuti alcuni frammenti di ceramica a vernice nera e degli ex voto anatomici risalenti al III secolo a.C., a dimostrazione di come ci troviamo di fronte ad un luogo di culto. È probabile che si tratti di un pozzo sacro (pluteal) dalla probabile funzione rituale. Un blocco sporgente con un lungo solco è stato interpretato come lo scolo per il liquido sacrificale (durante sacrifici o libagioni). Dal sito proviene una piccola epigrafe in marmo con dedica ad Ervaianus, considerata una contrazione per Ercole Vaiano, a cui probabilmente era dedicato questo santuario equicolo. Sappiamo che Ercole era considerata la divinità protettrice dei mandriani, lasciando intendere quindi che la località si trovasse lungo un antico percorso di transumanza. L’epigrafe, oggi al MAC, si data alla metà del I secolo a.C.

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La fondazione romana di Cliternia – secondo Mauri – potrebbe risalire in epoca precedente a quella stimata, ovvero in età repubblicana, durante la conquista romana del territorio equicolo del 302 a.C. La maggior parte dei santuari presenti a Fiamignano risalgono al II secolo a.C., quindi successivi alla occupazione romana e vanno messi in relazione all’istituzione del municipum. È possibile ad oggi ricostruire l’estensione territoriale di questo municipium romano, che doveva confinare ad ovest con Reate in corrispondenza dei Monti dei Balzi. Il fiume Salto invece ne doveva costituire il confine naturale che lo divideva a sud dal territorio di Nersae.

La villa rustica di San Martino a Torano

L’area della chiesa di S. Martino a Torano di Borgorose, è stata frequentata sin dal periodo preistorico, come testimoniano i resti archeologici di età eneolitica, romana, tardo antica e medievale. Il sito è oggetto dal 2007 di uno scavo archeologico da parte di un’équipe americana, attualmente patrocinato dall’Università di Rochester (New York). Saggi di scavo nell’area ad O della chiesa (Area C) hanno evidenziato una probabile area abitativa databile all’eneolitico (ca. 2300-2100 a.C.), una delle poche attestazioni di questa epoca note nel Cicolano.

Salvo il rinvenimento casuale di una fibula di VIII-VII sec. a.C., mancano indizi di frequentazione per il periodo compreso tra la fine dell’eneolitico e la media età repubblicana, quando nell’area venne costruito un terrazzamento in opera poligonale (fine IV sec. a.C.) riutilizzato poi nella costruzione della chiesa medievale di S. Martino (XII sec.). Indagini a N della chiesa hanno evidenziato resti di una villa rustica, in uso dalla media età repubblicana all’età tardo antica (fine IV a.C.- metà VII sec. d.C.). Un muro in blocchi di pietra messi in opera a secco (Area B), corre con il medesimo orientamento rispetto al muro in opera poligonale visibile nell’angolo S-O della chiesa, costituendo un terrazzamento artificiale su cui sorgevano gli edifici di età romana. A S del muro si trovano ambienti e strutture più tarde, tra cui vasche con rivestimento idraulico. In quest’area si è anche evidenziato uno strato di bruciato relativo all’incendio e al crollo di un tetto. Un saggio (Area A) ha individuato un ambiente pavimentato, frequentato fino all’età tardoantica (VI sec. d.C.). Probabilmente, il sito di S. Martino ha avuto una imponente fase di distruzione nel tardo V sec. d.C. e alcune strutture sono state ricostruite e riutilizzate nel corso del VI sec. d.C., fino al momento del loro definitivo abbandono.