L’ETA’ PIU’ ANTICA – sala 3

Il grottone di Val de’ Varri si trova nel comune di Pescorocchiano, in prossimità del centro di Leofreni, nel fondo di una vallata chiusa tra i fiumi Salto e Turano. La storia delle ricerche nel luogo è caratterizzata da una certa discontinuità, che alterna fasi di interesse a periodi di oblio ed abbandono. Un primo sopralluogo, effettuato nel 1928 dal Circolo Speleologico Romano, consentì il recupero di frammenti di ceramica ed ossa animali. Nel 1946 ricerche più approfondite, effettuate dall’Istituto Italiano di Paletnologia Umana, mostrarono la frequentazione della grotta evidenziando sette zone a focolari. Dopo oltre un trentennio, nel 1997 ripresero le ricerche, intraprese dalla VII Comunità Montana “Salto Cicolano” con la collaborazione del Gruppo Archeologico Sabino, sotto la direzione della Soprintendenza competente. Le indagini hanno consentito di esplorare la parte della grotta occupata dall’uomo e di evidenziare attraverso saggi di scavo la frequentazione del sito. Sono state individuate importantissime incisioni rupestri e sono stati raccolti numerosi frammenti ceramici, per ricostruire la cronologia del sito.

Sono stati inoltre effettuati dalle stratigrafie dei prelievi di carboni, che sono stati sottoposti ad indagini tramite il metodo del Carbonio 14, metodo che permette di datare i reperti costituiti da materia organica. Alcune datazioni effettuate dal laboratorio di Geofisica dell’Università di Roma “La Sapienza”, hanno suggerito per il sito una datazione nell’ambito del Bronzo Medio (XVI – XIV sec. a.C.).

Altro obiettivo fondamentale di questo scavo è stato quello di rendere fruibile al pubblico la parte della grotta oggetto dello scavo, che oggi infatti può essere visitata soprattutto per le sue particolarità naturalistiche nel periodo aprile-novembre. Gli orari e le tariffe sul sito www.grottevaldevarri.it

La grotta di Val dei Varri è il primo insediamento riconosciuto del Bronzo Medio nel Lazio (XVI-XIV sec. a.C.). Questa si inserisce in un sistema di bacini le cui acque scendono nel sottosuolo calcareo attraverso degli inghiottitoi. Quello di Val de’ Varri si divide in due rami principali: quello di destra (fossile) e quello di sinistra, suddiviso a sua volta in una galleria superiore ed una inferiore. Nella galleria superiore, frequentata dall’uomo, sono stati rinvenuti numerosi materiali archeologici risalenti all’età del Bronzo Medio. La galleria si sviluppa per una lunghezza di 60 metri con una forte inclinazione di circa 65 m di dislivello e presenta una larghezza media di 21, mentre l’altezza è di 14-15 m. Alla fine essa si ricongiunge alla galleria inferiore, dove c’è un torrente.

Sulle pareti della grotta sono state rinvenute numerose manifestazioni di arte rupestre (quasi scomparse oggi), che rappresentano forme geometriche curvilinee e circolari. Si riscontrano affinità tra i motivi astratti riconosciuti a Val de’Varri e quelli di altri contesti noti delle civiltà agricolo-pastorali della penisola iberica, ma anche dei vari complessi di incisioni rupestri della cerchia alpina come quelli della Valcamonica e della Valtellina. Particolari affinità nei motivi decorativi si riscontrano anche con alcune pitture della grotta di Porto Badisco, nel Salento, cronologicamente inseribile però in una fase tarda dell’Eneolitico (tra la fine del 3° e gli inizi del 2° millennio a.C.).

Oltre alle figure rupestri sono state rinvenute tracce di focolari e di risistemazione degli spazi della grotta, che ne lasciano supporre un chiaro utilizzo abitativo. Questa probabilmente veniva utilizzata come riparo temporaneo stagionale in primavera e autunno, dai pastori ed allevatori della zona. Lo scavo del 1997 ha messo in luce numeroso materiale ceramico, circa 1000 frammenti, che va ad aggiungersi a quello rinvenuto nelle precedenti indagini, conservato oggi a Roma Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini”. Tra i manufatti si segnalano ciotole, tazze, scodelle, piatti, vasi di dimensioni medio-piccole e grandi vasi per la conservazione dei cibi (dolii). Talvolta sono presenti sui frammenti anche delle decorazioni, che possono essere plastiche, cioè a rilievo, tipiche delle forme medie e grandi, oppure incise con vari motivi geometrici. Sia le forme dei vasi che le decorazioni rimandano all’Età del Bronzo Medio (XVI-XIV sec. a.C.). Oltre ai molti frammenti di vasellame, sono stati rinvenuti oggetti di uso quotidiano: un’accetta levigata in pietra verde ed elementi in selce e metallo (un frammento di pugnale, un punteruolo e due braccialetti), oltre ad una fuseruola e un manufatto in osso.

I resti animali compongono una fauna essenzialmente dominata dalle specie domestiche, in cui prevalgono i suini, seguiti dai caprini (pecora o capra) e bue. I piccoli ungulati contribuiscono maggiormente all’alimentazione, come fornitori di carne e prodotti secondari. La presenza di giovani suggerisce un’economia di allevamento. Significativi sono anche i resti di lupo, che evidentemente frequentava l’area in assenza di uomini. I resti presentano modificazioni dovute all’esposizione agli agenti atmosferici e alle rosicature da parte del lupo. La frequenza dei segni fa supporre che i rifiuti non venissero interrati rapidamente ma abbandonati al suolo. Numerose sono le tracce di tagli, strie e colpi inferti da attività di macellazione, soprattutto sulle costole per separarle dalle vertebre e dividere il costato in piccole porzioni. Alcuni ossi sono bruciati, dimostrando che la carne era soggetta a cottura con esposizione diretta alla brace o alla fiamma viva. Solo tre reperti mostrano segni di lavorazione: si tratta forse di oggetti semilavorati o di strumenti semplici quali punteruoli.