GLI EQUICOLI – sala 2

Parlano le fonti

Il termine Equicoli (Aequiculi, Aequicoli) definisce a partire dalla tarda età repubblicana (II-I sec. a. C.) le genti stanziate lungo la valle del fiume Salto. In questo territorio i Romani tra il 304 e il 290 a.C., al termine di logoranti guerre avvenute nel V e nel IV sec. a. C., relegarono ciò che restava dell’antica nazione degli Equi, diffusa originariamente in un territorio molto più vasto che arrivava a lambire i confini di Roma. È molto probabile che la valle del Salto, che i Romani chiamavano ager Aequiculanus (da cui Cicolano), costituisse proprio il territorio originario della nazione degli Equi. Questi in epoche molto antiche cercarono di migrare verso Occidente alla ricerca di terre più fertili e ricche di pascoli, collocate a quote più basse e maggiormente vicine al mar Tirreno. Due re equicoli, Septimus Modius e soprattutto Ferter Resius, istitutore dello ius fetiale, sono ricordati in relazione a fatti dell’epoca dei primi re di Roma (VIII-VII sec. a.C.).

Durante il VI e soprattutto nel V sec. a.C. troviamo gli Equi ben attestati nel Lazio, a combattere insieme agli alleati Volsci. La loro tattica militare, fatta di incursioni, saccheggi, con rapide imboscate e ritirate nei territori impervi, dove vivevano in piccoli villaggi fortificati d’altura (oppida), mise a lungo in difficoltà i Romani. Non sono ricordati re in questo periodo: l’unico personaggio di rilievo è Gracchus Cloelius, comandante in capo dell’esercito.

Nel secolo successivo gli Equi persero progressivamente i loro territori, ritirandosi sempre più a nord: nel 304 a.C. i Romani espugnarono in breve tempo una quarantina di oppida, ponendo di fatto fine alla conquista. Con la romanizzazione l’ager Aequiculanus sembra aver goduto di una certa autonomia, e solo in età augustea vennero istituiti nel territorio due municipi: Cliternia, l’attuale Capradosso, e Nersae, l’attuale Nesce. Con la dizione respublica Aequicul(an)orum, conosciuta dalle iscrizioni, si indica il centro di Nersae propriamente detto e il suo territorio.

Copia del cippo trovato a Roma sul colle Palatino (CIL VI 1302), e conservato nell’omonimo museo. Il testo dell’epigrafe, scritto in lingua latina arcaizzante recita: Ferter Resius / rex Aequeicolus / is preimus / ius fetiale paravit / inde p(opulus) R(omanus) discipleinam excepit. (FerterResius / re equicolo / egli per primo / predispose il diritto dei feziali / in seguito il popolo romano (ne) apprese la disciplina.) 

La cultura materiale 

Quello che emerge dalle indagini archeologiche effettuate nel Cicolano appare ben definita dalle necropoli, soprattutto relativamente ai secoli VII-V a.C., che nella letteratura corrispondono al periodo dell’apogeo degli Equi. Le necropoli sono costituite prevalentemente da tumuli, delimitati da un circolo di pietre, destinati alla sepoltura di diversi individui: questo trova riscontro in un passo di Dionigi di Alicarnasso (Antichità Romane I, 14), che parla per questa area di “recinti con sepolture di molti uomini ricavati in alti tumuli”.

Considerando i corredi funerari, le persone sepolte nei tumuli degli Equicoli sembrano più o meno tutte appartenere allo stesso livello sociale.  Le tombe di personaggi eminenti non presentano corredi particolarmente straordinari rispetto a quelle delle coeve necropoli delle popolazioni italiche. Il quadro è quello di una società non particolarmente stratificata, fondata prevalentemente sulla guerra.

Gli abitati, ancora non scavati, sembrerebbero corrispondere in buona parte agli oppida menzionati da Livio, Dionigi di Alicarnasso e Diodoro: centri siti in altura, per lo più di piccole dimensioni, molto ben difesi dal punto di vista naturale. Pertanto il popolamento risulta di tipo sparso sul territorio condizionato, come oggi, dall’orografia dei luoghi.