APPROFONDIMENTI SULLA NECROPOLI DI CORVARO – SALA 10

Equicoli: gli abitatori delle terre di mezzo

di Mauro Rubini, Servizio di Antropologia S.A.L.E.M., mauro.rubini@beniculturali.it

L’Archeoantropologia permette di rispondere in modo soddisfacente a molti degli interrogativi che pongono le popolazioni del passato. Una delle più affascinanti tra queste è quella degli Equicoli. Il loro areale di diffusione tra valli lacustri appenniniche e montagne rappresenta una vera e propria “terra di mezzo”. Situata in una area equidistante tra il versante tirrenico e quello adriatico -circa 120 km in linea d’area da entrambi i mari- rappresentava un importante crocevia tra i flussi biodinamici, e non solo, tra E ed O e viceversa. Vivere in un entroterra così definito e fortemente legato alla stagionalità presupponeva però un buon livello di adattamento al territorio, non solo come modelli di sussistenza, ma anche come modelli biologici. Grazie alla scoperta del grande tumulo di Corvaro, abbiamo “ereditato” un cospicuo numero di quelli che furono gli abitatori di queste terre, tale da poter comprendere alcuni loro aspetti biologici.

La loro struttura corporea era robusta con importanti aree di inserzione muscolare sia negli arti superiori che inferiori. Questo sta ad indicare una intensa attività fisica fatta non solo di movimenti ripetuti come ad esempio quelli degli agricoltori, ma anche in termini di spostamenti prolungati e di un certo impegno. La loro statura medio-alta (ca. 1,70 m per i maschi e 1,64 m per le femmine), aiuta a comprendere come fosse una popolazione di muscolatura vigorosa in entrambi i sessi, ma al contempo piuttosto longilinea. Questa morfologia non sembra modificarsi troppo nel corso dei secoli, probabilmente in ragione di due fondamentali cause: la prima è che questo modello morfologico rappresenta il miglior risultato in termini di adattamento alle varie condizioni geo-ambientali, quindi risulta il più vantaggioso e “vincente”; la seconda è legata al mantenimento genetico di questa morfologia che probabilmente si attuò nei secoli grazie a un fenomeno diffuso nell’antichità quale l’endogamia parentale (matrimonio tra individui dello stesso gruppo di appartenenza).

La vita a Corvaro nel I millennio a.C.

La vita degli Equicoli, come ci raccontano i resti scheletrici rinvenuti nel tumulo di Corvaro, era molto impegnativa per entrambi i sessi. L’endogamia parentale presente -come nelle altre comunità stanziate lungo l’Appennino dell’Italia centrale-, produsse da un lato il vantaggio di consolidare lo status acquisito, ma da un altro causò un indebolimento dell’assetto genetico dando adito alla comparsa di malattie ereditarie. Inoltre l’intensa sollecitazione muscolo-scheletrica, favoriva, anche precocemente, l’insorgere di malattie osteo-articolari quali l’artrite e l’artrosi. La particolare ubicazione del sito nel cuore dell’Appennino centrale rappresentava una collocazione geografica ideale per traffici e commerci con i due versanti costieri. Ma insieme alle merci spesso viaggiavano con le persone anche agenti patogeni. Tra questi a Corvaro sono presenti due terribili malattie infettive quali la tubercolosi e la lebbra. Probabilmente queste non furono né epidemiche né endemiche, in quanto l’assetto demografico non subì significativi mutamenti nel tempo, come invece ad esempio accade nelle epidemie di tubercolosi. Altro vero e proprio flagello per la gente equicola dovettero essere le parassitosi sia cutanee che intestinali. In particolare quest’ultime nelle forme gastroenteriche gravi potevano condurre anche alla morte. Il modello economico di sussistenza era piuttosto articolato, la base era costituita da diete cerealicolo vegetariane ma l’apporto proteico risulta piuttosto ricco, probabilmente fornito da piccola caccia e soprattutto da latte e suoi derivati. In sintesi benché gli Equicoli ebbero una vita fattivamente impegnativa e non scevra da pericolosi fattori di rischio, mantennero una invidiabile longevità che li accomunò ad altre popolazioni appenniniche più o meno coeve tra le quali quella Sannita di Alfedena in Abruzzo.

La sepoltura di un equino

Fuori dal perimetro del tumulo è stata ritrovata una fossa poco profonda, in cui era posto lo scheletro quasi completo di un equino. Rinvenuto in prossimità di tre sepolture vicine – tombe 314, 315, 318 – deve essere in relazione con una di esse. L’animale è stato sepolto diviso in porzioni con separazione della testa e delle zampe anteriori e posteriori. La frammentazione di alcune ossa, scapole e bacino, ha reso impossibile individuare le tracce dell’avvenuta macellazione nell’identificazione di altre ossa. L’animale come risulta dalle ossa integre, che non mostrano tracce di macellazione e combustione, non è stato macellato per essere cotto e mangiato. Per i caratteri delle ossa e la conformazione dei denti si può avanzare ragionevolmente l’ipotesi che non si tratti di un cavallo bensì di un mulo. L’esemplare, alto circa 1,30 mt al garrese, aveva alla morte circa 10 anni e soffriva di spondilosi deformante anchilosante, un’infiammazione cronica e degenerativa che colpisce la colonna vertebrale causata dall’attività e dal sovraccarico di lavoro. Era quindi poco agile, con andatura rigida, arti posteriori costretti e limitati nei movimenti, la coda appesa passivamente, scarso controllo della vescica e difficoltà nel coricarsi. La grave condizione di salute e l’età dell’animale, che ne riducono la possibilità di sfruttamento nei lavori, suggeriscono un legame affettivo del proprietario. Il seppellimento, che risulta un unicum nel grande sepolcro, si considera un gesto intenzionale. Per il fatto che sia stato fatto a pezzi si ipotizza semplicemente che non è stato possibile realizzare una fossa adeguata in uno spazio limitato per la presenza di altre tombe.