IL CICOLANO – sala 1

Il Cicolano, propaggine sud orientale della provincia di Rieti (Lazio), comprende l’alta e media valle del fiume Salto. Questo è delimitato a N dal fiume Velino, a NE dai Monti Cicolani, a SE dalle Montagne della Duchessa, a SO-O dai Monti Carseolani e dai rilievi che costituiscono lo spartiacque tra i bacini idrografici dei fiumi Turano e Salto, verso S si connette all’ampia conca intramontana del Fucino. Dal punto di vista geologico, l’ossatura di quest’area è caratterizzata in gran parte da formazioni calcaree di piattaforma carbonatica, che a partire dal Giurassico subisce una intensa attività tettonica che si frammenta in blocchi articolandosi con depressioni orientate NO-SE. Solo nel corso del Pleistocene l’alternanza di condizioni climatiche causa fasi deposizionali ed erosive che portano alla formazione dell’attuale morfologia. L’ultima glaciazione ha lasciato profonde incisioni fluviali, depressioni tettoniche, come la valle del Salto e Val de’ Varri, e numerose conche intermontane: tra le maggiori Piana di Borgorose, Piana del Cavaliere e il Fucino, tra le minori Piani di Pezza e Piana di Corvaro. Inoltre questo territorio è caratterizzato da fenomeni carsici piuttosto sviluppati, che generano doline e inghiottitoi che costellano la Catena Nuria-Velino, le piane carsiche di Rascino e di Cornino. Il territorio è povero di sorgenti, i più importanti acquiferi del sistema Monti Giano-Nuria-Velino alimentano le sorgenti del Peschiera, di Le Capore e Canetra. Gli inghiottitoi, a regime impulsivo, riescono a drenare notevoli portate d’acqua e con le acque di infiltrazione alimentano la falda basale. Il reticolo fluviale è poco evoluto anche se esteso e complesso. L’Imele-Salto è l’asse principale a regime torrentizio, con fossi e torrenti, come ad esempio Apa e Riotorto, affluenti di destra, e ruscelli e fossi a carattere stagionale quelli di sinistra.

Il paesaggio in età antica 

caratterizzato da insediamenti fortificati sparsi arroccati in posizioni dominanti ed elevate. Con l’arrivo dei romani, nel III secolo a.C., l’assetto territoriale vede il progressivo abbandono dei piccoli centri fortificati a favore di villaggi di pianura, detti vici, e di santuari. Questi ultimi diventano punto di aggregazione socio-economica, come sedi di mercati e fiere, e punto di riferimento politico-religioso, come luoghi di riti e di culti. Questo modello abitativo prevede centri disseminati nel territorio, articolati in distretti territoriali autonomi (pagi), a formare un fitto tessuto insediativo in cui i santuari giocano un ruolo fondamentale. Questo stretto legame tra luoghi abitati e luoghi sacri giustifica la sopravvivenza dei numerosi luoghi di culto sino all’età imperiale e spesso anche oltre con la cristianizzazione dell’area. In questa articolazione territoriale il fiume Salto rappresentava già da solo la principale e naturale direttrice viaria che metteva in comunicazione la conca reatina con la conca del Fucino. Le altre via di comunicazione erano rappresentate dai grandi tratturi (itinera callium) condizionati dall’orografia, tracciati pastorali a direzione NO-SE, usati sin dall’età del Bronzo e che in epoca romana diventeranno impianti stradali vitali tra Roma e l’Adriatico. Tracciati viari importanti sono la via Quintia che collegava, attraversando il Cicolano, Alba Fucens a Rieti, la via Caecilia e la via Claudia Valeria. La viabilità trasversale secondaria era costituita da un reticolo di mulattiere e carrarecce che percorrevano sentieri naturali di fondovalle e di crinale Lo sfruttamento delle risorse e delle economie produttive plasmano il paesaggio secondo le esigenze delle comunità. In età preistorica la sussistenza si basava su attività di raccolta, caccia e pesca, che non comportava modifiche nel paesaggio naturale. Nel periodo preromano si notano tenui cambiamenti dell’ambiente soprattutto nel rapporto areale tra pascoli e boschi. Con la conquista romana l’aspetto del paesaggio si modifica notevolmente.

L’ambiente, passando dagli sterili terreni rocciosi difficilmente lavorabili degli angusti fondovalle al fitto manto vegetazionale che copre buona parte della regione, costituiva un particolare ostacolo allo sviluppo di forme intensive di coltivazione. Le zone più montuose erano caratterizzate dallo sfruttamento, come pascolo, delle aree in quota e dall’espansione dell’allevamento transumante.Le conche intermontane svilupparono, invece, forme di sfruttamento del suolo da parte di piccoli e medi proprietari, sia attraverso una gestione diretta dei fondi, sia attraverso forme di mezzadria e colonìa.Le fonti epigrafiche ed i vari frammenti appartenenti a monumenti funerari o ad altri edifici pubblici e privati, riutilizzati in pievi, chiese, e cappelle della zona, attestano, per l’età romana, una consistente occupazione e un forte utilizzo del suolo. Questo, centuriato e assegnato per l’agricoltura, era anche utilizzato per l’allevamento ovino, transumante verticalmente ed orizzontalmente. Apporto non secondario all’economia della zona dovette essere dato dalla raccolta della consiligo (Elleboro verde), pianta che cresceva spontanea e abbondante “in vicusnersae in Aequicolis”, come riferiscono gli antichi autori Plinio e Columella. Questa pianta era considerata molto efficace contro le malattie polmonari degli animali. Gli stessi autori ricordano anche la pratica della suino cultura principalmente nelle numerose faggete delle Montagne della Duchessa.

Il paesaggio è tipicamente appenninico con alternanza di copertura boschiva e pascoli d’altura. Le fasce di vegetazione forestale sono individuabili in querceti nella fascia basale e medio-montana (fino a 800-1000 m s.l.m.), boschi misti formati soprattutto da specie quercine e carpini, orniello, acero e sorbi; faggeti e pascoli d’altura nel piano montano. Il bosco a betulle che si trova nel vallone di Teve è considerato un relitto glaciale. Nella riserva Naturale delle Montagne della Duchessa sono state censite 502 specie vegetali, di cui il 12% rarissime o endemiche a livello nazionale, tipo Ligustrumlucidum, Allium lineare, Nigritella widderi, e le orchidee Cephalanteradamasonium e Neottianidus-avis. La ricchezza faunistica è sottolineata dalla presenza di specie rare – come il gatto selvatico e il lupo – e di ultime popolazioni autoctone di lepri e di specie a valenza ecologica, come orso e cervo. Sono presenti anche il cinghiale, il capriolo, lo scoiattolo, la donnola, il moscardino, il toporagno, il topo quercino. È stata accertata la presenza di Arvicola delle nevi, un relitto glaciale a testimonianza delle passate vicende climatiche. Tra gli uccelli si segnalano il falco pellegrino, il lanario, il gheppio, la poiana, la coturnice, i gracchi alpino e corallino, il fringuello alpino, lo spioncello di montagna. Tra gli anfibi e rettili è presente rispettivamente il tritone crestato e la vipera dell’Orsini.

La Riserva Naturale Regionale Monti Cervia e Navegna si estende per circa 3600 ettari all’interno dei bacini idrografici del fiume Salto e Turano, interessando il territorio di ben 9 Comuni: Ascrea, Castel di Tora, Collalto Sabino, Collegiove, Marcetelli, Nespolo; Paganico Sabino, Rocca Sinibalda e Varco Sabino. La Riserva Naturale si caratterizza per la presenza da boschi submontani (le faggete ed i querceti misti), pascoli cespugliati che si stanno trasformando in giovani boschi, le praterie secondarie sulle sommità dei monti, castagneti plurisecolari da frutto, per finire con il “paesaggio delle dighe” originato dalla costruzione, sul finire degli anni 30, dei bacini idrici artificiali del Salto e del Turano, che ha sommerso alcuni paesi  (ricostruiti a monte) rivieraschi dei fiumi. La caratteristica saliente di questa Riserva è però il basso livello di antropizzazione del territorio, unito all’ampia diffusione dei boschi: oltre il 70 % della sua superficie è infatti ricoperto da formazioni forestali. L’area protetta comprende a nord i rilievi del Monte Navegna (1508 metri s.l.m.) e a sud, separato dal Fosso dell’Obito, si staglia il Monte Cervia (1438 metri s.l.m.)