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Il Cicolano è una subregione della provincia di Rieti, posta al confine tra Lazio e Abruzzo, corrispondente all’alta e media valle del Salto. Il suo territorio viene identificato nell’ambito dei comuni di Concerviano, Varco Sabino, Marcetelli, Petrella Salto, Fiamignano, Pescorocchiano e Borgorose. Incastonato sull’Appennino Centrale, interamente ricoperto di fitte foreste miste di specie quercine e faggi, squarciato nel suo cuore dalle acque artificiali del lago del Salto, il Cicolano esprime una notevole bellezza paesaggistica, sempre più apprezzata dall’escursionismo turistico.

L’ultima glaciazione ha lasciato sulla sua superficie profonde incisioni occupate da numerosi corsi d’acqua torrentizi, e conche intermontane, tra cui le maggiori sono la piana di Borgorose e quella del Cavaliere, e in misura minore i piani di Pezza e la piana di Corvaro. Le caratteriste orografiche, prettamente montane, hanno storicamente sfavorito il popolamento e lo sfruttamento intensivo dell’area (ad eccezione del tramontato sistema produttivo transumante legato al pascolo in alta quota), permettendo così alla fauna e alla flora di mantenersi quasi inalterate nei loro habitat naturali. Lo scrigno di biodiversità che ancora popola la valle del Salto è oggi salvaguardata dal lavoro di tutela ambientale svolto dalla Riserva Naturale dei Monti Cervia e Navegna e dalla Riserva Naturale delle Montagne della Duchessa; basti pensare che solo in quest’ultima, all’interno del bosco di Cartore, sono state censite circa 502 specie e sottospecie diverse di piante (di cui il 12% considerare rarissime) e monitorate alcune specie animali autoctone riconosciute protette perché in pericolo di estinzione (lupo, gatto selvatico, martora, vipera ursini, orso marsicano e cervo). L’area é inoltre caratterizzata dalla presenza di numerose necropoli arcaiche preromane, resti di poderose mura in opera poligonale e rovine di santuari antichi che testimoniano l’occupazione del territorio fin dall’età protostorica.

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Il contesto storico

Il nome Cicolano trae la sua denominazione dagli Equicoli, termine riferito alle genti distribuite e stanziate nella valle del Salto a conclusione delle lotte sostenute contro Roma.  Il termine entrò in uso solo nella tarda età repubblicana (I sec. a.C.), sia nelle fonti letterarie greche e  latine e sia nell’epigrafia. L’ager Aequiculanus era considerato dagli storici romani il residuo dell’antica nazione degli Equi, il cui territorio, originariamente comprensivo anche le valli del Turano e dell’Aniene, dopo la conquista romana (fine IV a.C.) venne circoscritto nella sola area della valle del Salto, corrispondente probabilmente alla sua sede primitiva.  Dionigi di Alicarnasso, in particolare, sottolineava il fatto che il termine Equicoli fosse entrato in uso – probabilmente come diminutivo – per indicare i discendenti degli Equi ormai decaduti dopo la terribile disfatta del 304 a.C. nella quale l’etnia del popolo equo fu quasi interamente decimata dalla ferocia dell’esercito romano. Dopo questa conquista, le Valli del Turano e dell’Aniene furono incamerate dalla città di Roma, ed andarono a costituire la prima circoscrizione provinciale esterna dell’ager Romanus: la tribù Aniensis, rigogliosa di acque; assegnata ora ai nuovi coloni latini. Tito Livio, nella sua opera Ab Urbe Condita, accenna che l’insolita soluzione dello sterminio fu giustificata dall’Urbe come punizione esemplare per una rivalità eterna tra i due popoli: aver prestato soccorso militare ai Sanniti, ai quali gli Equi erano vicini etnicamente, durante la seconda guerra sannitica vinta da Roma nel 304 a.C., fu l’occasione per annientare definitivamente questo popolo della montagna.

Gli Equi, infatti, erano ricordati da Tito Livio come Aeterni hostes, ossia antichi nemici dei romani. A cavallo tra il V e il IV secolo a.C., nella fase del loro massimo apogeo, allettati dalle fertili pianure del Lazio e appoggiati dai Volsci,  furono  protagonisti di un’espansione progressiva verso ovest che arrivò a minacciare i territori delle città latine e la stessa Roma (era un esercito congiunto di Equi e Volsci quello guidato dall’esiliato Coriolano fin sotto le porte dell’Urbe nel 488 a.C.). Per breve tempo essi mantennero anche il controllo sul passo del Monte Algido e sulla via Latina sottostante,  una delle zone più strategiche dal punto di vista delle comunicazioni e dei commerci nel Latium durante l’età arcaica. Gli Equicoli della valle del Salto, invece, sono descritti nelle fonti tardo repubblicane come un fiero popolo bellicoso, “tra le genti italiche più forti ascritte alla Regio IV” (Plinio, Naturalis Historia, I, 3, 106). Emblematica su tutte la descrizione che ne fa Virgilio nell’Eneide (libro VII, 744-749): 

“aspro su tutti il popolo degli Equicoli. Avvezzo alle lunghe cacce nei boschi, armati lavoran la terra, che zolla ha durissima, e sempre ogni giorno amano radunar nuove prede e viver di ratto”

Dopo lo stermino degli Equi a seguito della campagna militare del 304 a.C., i Romani costruirono ai limiti dell’ager Aequiculanus due grandi presidi a controllo del territorio appena incamerato: ad oriente, al confine coi Marsi e con il lago Fucino, l’imponente colonia militare di Alba Fucens (303 a.C); ad occidente, invece, la colonia di Carsioli (298 a.C.). L’arrivo dei coloni decretò l’inizio della romanizzazione in questi luoghi.

Dagli scavi al Museo

La rovine disseminate nel paesaggio cicolano suscitarono la curiosità erudita dei primi viaggiatori del Grand Tour, i quali spingendosi – agli inizi dell’Ottocento –  fuori dai classici percorsi delle città d’arte italiane iniziarono a manifestare interesse per quei  resti di terrazzamento sparsi lungo il territorio, attribuiti all’opera del mitico popolo dei Pelasgi. La curiosità lasciò  spazio a un caso di vera indagine storico-archeologica che tenne impegnata, durante l’occupazione francese, l’Académie des Iscriptions et Belles Lettres di Parigi e numerosi archeologi e viaggiatori, tra il 1808 e il 1834. Le perlustrazioni, affidate all’architetto Giuseppe Simelli, produssero una buona documentazione grafica (disegni e acquarelli accurati) sulle presenze archeologiche della valle del Salto. Dopo la morte del Simelli e le successive ricognizioni di  Edward Dodwell e di Virginio Vespignani, le indagini e lo studio della zona  furono presto abbandonati. I risultati rimasero inediti e la mancanza per lungo tempo di valide ricerche locali – tranne forse solo il tentativo didascalico di Domenico Lugini nel 1907 – spensero completamente la luce sulla ricostruzione della storia del territorio. Almeno fino all’individuazione dell’eccezionale tumulo di Corvaro, avvenuta nel 1984 a seguito di scavi clandestini.
2-2_disegno-storicoLa scoperta del grandioso monumento funerario, denominato localmente “Montariolo”, ha determinato l’inizio delle ricerche archeologiche   sistematiche nel territorio, condotte e sostenute economicamente  dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio e da alcune Università straniere. I numerosi ed importanti rinvenimenti, che sono preziosa testimonianza della cultura materiale  dell’ antico popolo degli Equicoli, hanno motivato la costituzione del nuovo Museo Archeologico Cicolano (MAC) il quale deve essere considerato il museo di tutto il territorio della valle del Salto.dagli-scavi-al-museo_scavo