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Il Cicolano è una subregione della provincia di Rieti posta al confine tra Lazio e Abruzzo, corrispondente all’alta e media valle del fiume Salto-Imele. Il suo territorio viene identificato nell’ambito dei comuni di Concerviano, Varco Sabino, Marcetelli, Petrella Salto, Fiamignano, Pescorocchiano e Borgorose, dislocati a ridosso dell’Appenino centrale. Ricoperto di fitte foreste miste di specie quercine e faggi, bagnato dalle acque artificiali del lago Salto, il Cicolano esprime una notevole bellezza naturalistica, oggi valorizzata da numerosi sentieri escursionistici CAI,  dal Cammino Naturale dei Parchi, dal Sentiero Europeo E1, dalle gite a cavallo sull’altopiano di Rascino e dal frequentatissimo Cammino ad anello dei Briganti.

L’orografia, i boschi e il clima montano hanno storicamente sfavorito il popolamento e lo sfruttamento agricolo della valle (ad eccezione dell’allevamento nei pianori e dell’antico commercio del legnatico). La distribuzione insediativa italica e poi romana per vici (villaggi) gravitanti intorno ai pagi (circoscrizioni amministrative) delle antiche “città” di Suna, Vesbola, Nersae, Orvinium e Tora, menzionate dagli storici romani sull’odierno Cicolano, rimane grossomodo analoga in epoca moderna.  Testimonianza di questa frequentazione è la presenza nella valle del Salto di grotte di culto protostoriche, necropoli preromane, resti di poderose mura in opera poligonale, rovine di santuari italici e monumenti epigrafici.

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Equi o Equicoli?

Il nome Cicolano trae la sua denominazione dagli Equicoli, popolo di stirpe italico-safina distribuito nella valle del Salto a conclusione delle lotte sostenute contro Roma. L’ager Aequiculanus era considerato dagli storici romani il residuo dell’antico territorio degli Equi che, comprendente inizialmente anche le valli del Turano e dell’Aniene, venne circoscritto sulla montagna intorno al fiume Salto alla fine IV a.C. Il termine Aequiculi entrò così in uso  nella tarda età repubblicana (I sec. a.C.) in sostituzione del nomen Aequum, sia nelle fonti letterarie e sia nell’epigrafia. Lo storico greco Dionigi di Alicarnasso sosteneva che l’etnico Equicoli venisse utilizzato dai romani come probabile diminutivo per indicare quei discendenti degli antichi Equi decimati durante la terribile disfatta del 304 a.C. 

Lo sterminio degli Equi, citato anche da Plinio, viene pianificato all’interno delle  operazioni belliche successive alla tregua con i Sanniti (304 a.C.) sostenuti dagli italici, in quanto le valli nelle quali erano distribuiti gli Equi sono ponte strategico alla conquista dell’Abruzzo sabellico e al controllo dei flussi transumanti. L’eliminazione della popolazione avrebbe risolto inoltre le  razzie eque, ampiamente documentate sulla campagna latina, fenomeno non più tollerato dalla politica espansionistica della Repubblica. Gli Aeterni hostes (antichi nemici), come li descrive Livio in Ab Urbe Condita, si erano resi infatti protagonisti  di  progressiva spinta verso la pianura laziale, minacciando non solo i territori delle città latine alleate di Roma, ma la stessa  (era un esercito congiunto di Equi e Volsci quello guidato dall’esiliato Coriolano fin sotto le porte dell’Urbe nel 488 a.C.). Per breve tempo gli Equi mantennero  il controllo sul passo del Monte Algido e sul tratto della via Latina sottostante, zona strategica per le comunicazioni e i commerci tra Latium e Campania.

Gli Equicoli della valle del Salto, sottomessi probilmente all’indomani della conquista del Reatino nel 290 a.C. sono descritti nelle fonti tardo repubblicane come un popolo bellicoso, “tra le genti italiche più forti ascritte alla Regio IV” (Plinio, Naturalis Historia, I, 3, 106). Emblematica su tutte, la descrizione che ne fa Virgilio nell’Eneide (libro VII, 744-749): 

“pericoloso su tutti il popolo degli Equicoli. Avvezzo alle lunghe cacce nei boschi, armati lavorano la terra durissima, e sempre ogni giorno amano accumulare nuove prede e vivere di razzia”

Dopo la campagna militare del 304 a.C.,  distrutto ogni abitato equo, le Valli del Turano e dell’Aniene furono incamerate dal territorio di Roma, andando a costituire la prima circoscrizione provinciale dell’ager Romanus (la tribù Aniensis) futuro bacino acquifero, ora assegnato ai coloni. Ai limiti dell’ager Aequiculanus vennero dedotti invece due grandi presidi a controllo del territorio conquistato: l’imponente colonia militare di Alba Fucens (303 a.C) al confine orientale coi Marsi, e la colonia di Carsioli (298 a.C.) ad oriente, punto di approdo della via Tiburtina in prolungamento verso i piani Palentini. L’arrivo dei coloni decretò l’interazione con il modello romano su diversi settori di vita locali, anche se dal punto di vista amministrativo la circoscrizione della Res Publica Aequicolanorum gravitante intorno al centro di Nersae mantenne  fino alla prima età imperiale una certa continuità con le forme di governo italiche. Intorno al I secolo dovevano costituirsi i municipi di Nersae (centro principale ubicato nel piano di Civitella di Pescorocchiano) e Cliternia (Fiamignano).

Dagli scavi al Museo

La rovine disseminate nel paesaggio cicolano suscitarono la curiosità erudita dei primi viaggiatori del Grand Tour, i quali, spingendosi  agli inizi dell’Ottocento fuori dai classici percorsi delle città d’arte,  manifestarono interesse per quei  resti di terrazzamenti sparsi nei boschi, attribuiti all’opera del popolo orientale dei Pelasgi. La curiosità lasciò  spazio a un caso di vera indagine storico-archeologica che tenne impegnata, durante l’occupazione francese, l’Académie des Iscriptions et Belles Lettres di Parigi e numerosi archeologi e viaggiatori tra il 1808 e il 1834.

Le perlustrazioni, affidate all’architetto Giuseppe Simelli, produssero una buona documentazione grafica (disegni e acquarelli) sulle presenze archeologiche della valle del Salto. Dopo la morte del Simelli e le ricognizioni di  Edward Dodwell e  Virginio Vespignani, le indagini e lo studio del Cicolano furono abbandonati. Dopo l’ottimo lavoro di raccolta documentaria sulle fonti dedicate alla “Regione Equicola” pubblicata da Domenico Lugini nel 1907, la ricostruzione della cultura materiale antica inizia con la scoperta di un eccezionale tumulo nella piana di Corvaro, avvenuta nel 1984 dopo scavi clandestini.
2-2_disegno-storicoIl grandioso monumento funerario, chiamato localmente “Montariolo”, ha determinato l’inizio delle ricerche archeologiche, condotte fino al 2009 dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio, ora SABAP per le province di Frosinone, Latina e Rieti, oltre  all’Università di Rochester (NY) impegnata tuttora nel sito di S. Martino di Torano (in foto sotto). I numerosi reperti rinvenuti in  8 siti indagati nel Cicolano hanno motivato la costituzione del Museo Archeologico Cicolano, il museo territoriale della valle del Salto.dagli-scavi-al-museo_scavo