Contributo dell’archeologo Alessandro De Luigi – Equi ed Equicoli tra storia e archeologia – tratto da “Persistenze ed evoluzione del popolamento in area centro-italica in epoca antica: il caso del vicus di Nersae” di Flaminia Verga, 2011

1.1. Il Cicolano, ovvero il territorio degli Equicoli
Il territorio del nucleo originario della nazione equa, nel quale questo popolo venne relegato in seguito alla romanizzazione, sembra corrispondere a quello che i Romani chiamavano ager Aequiculanus, e che oggi ha il nome di Cicolano. Questa regione nel cuore dell’Appennino oggi occupa l’estremità orientale della provincia di Rieti, cui è stata accorpata nel 1927. Precedentemente queste terre appartenevano all’Abruzzo (al quale gli abitanti si sentono tuttora molto legati dal punto di vista culturale): la loro storia è strettamente connessa a quella del Regno di Napoli e successivamente delle Due Sicilie, del quale costituivano una delle zone del confine settentrionale. Il limite occidentale dell’ager Aequiculanus era costituito dalla città di Cliternia (Capradosso), al confine del territorio sabino. Il territorio degli Equicoli risaliva lungo la valle del Salto, con le alture collocate a nord di essa, come quelle di Rascino, fino alle Montagne della Duchessa ed al monte Velino, che ne costituiva il limite orientale. In questa zona sorgeva l’altro municipio di età romana, quello della Res Publica Aequiculanorum, identificabile con il centro di Nersae, ricordato anche da Virgilio nell’Eneide (VII, 744). Il territorio era delimitato a Sud dai monti che costituiscono lo spartiacque tra il Salto ed il Turano (Monti Carseolani). Oggi quest’area appartiene a quattro comuni, tutti in provincia di Rieti: partendo da Ovest, Petrella Salto, Fiamignano, Pescorocchiano e Borgorose.

1.2. Oltre il Cicolano: il territorio degli Equi all’apogeo della loro potenza.
Il territorio degli Equi nel momento della loro massima espansione (V sec. a.C.) era molto più ampio dell’ager Aequiculanus, ossia del Cicolano, che ne costituiva semplicemente la parte più settentrionale. Era compreso tra i territori dei Sabini a ovest e a nord, dei Vestini a nord, dei Marsi ad est, degli Ernici a sud-est, dei Latini a sud-ovest. Facendo riferimento alla topografia odierna, comprendeva a nord la valle dell’Imele-Salto, fino ad arrivare ai margini occidentali della piana del Fucino e al Monte Sirente; scendendo a sud arrivava a comprendere l’alta valle del Turano verso Orvinio, per poi discendere lungo i monti Sabini verso Mandela e Cineto, arrivando fino a Genazzano seguendo i monti Prenestini. Il limite meridionale era originariamente costituito dalle alture che costituiscono lo spartiacque tra la valle dell’Aniene e quella del Sacco. A sud-est includeva l’alta valle dell’Aniene, dove sorgono gli attuali centri di Trevi e Filettino, ed arrivava attraverso i Monti Simbruini fino all’alta valle del Liri. Stando a quanto ci raccontano le fonti, dopo la spedizione di Coriolano del 488 a.C. l’area occupata dagli Equi fu ampliata a sud con l’aggiunta di una sorta di “corridoio” compreso tra il territorio dei Latini ad ovest e quello degli Ernici ed est. In quest’area dovevano sorgere le città di Bolae, Vitellia e Corbio. È questa la zona in cui passavano gli eserciti che si congiungevano lungo la via Latina ai Volsci, e che includeva probabilmente un’area compresa tra gli attuali centri di Paliano, Valmontone e Montecompatri. Quest’area dovette rimanere nelle mani degli Equi per circa un secolo, almeno fino alla caduta di Bolae nel 389 a.C.

Estratto da “L’immagine degli Equi nelle fonti letterarie” di Alessandro De Luigi, in Studi Etruschi, 2003

[…] Quanto alla toponomastica, alcune considerazioni si possono fare riguardo a quattro nomi di comunità equicole che Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) ricorda come già scomparse ai suoi tempi: Comini, Tadiates, Caedici, Alfaterni.

La radice del primo nome Comini potrebbe essere ricondotta alla radice umbra kumn- delle Tabule Iguvine, corrispondente all’osco comon-, generalmente intesa con il significato di comitium (consiglio). Cominius nel mondo medio-italico era utilizzato anche nell’onomastica personale, come gentilizio, e soprattutto prenome: caso esemplare è il Cominius Castronius che guidò il ver sacrum dei Sanniti. il gentilizio è diffuso nel mondo romano addirittura fin dall’età tardo-arcaica. Esistevano, inoltre, come ci ricorda T. Livio, diversi abitati chiamati Cominium nel territorio irpino. In Abruzzo, presso Guardiagrele, esiste tuttora un piccolo centro chiamato Comino, sede di un importante necropoli con tombe a circolo.

Il nome Tadiates può essere confrontabile con il toponimo “Tadino” noto in Umbria, che Vetter collegava ai Tarinates delle Tabule Iguvine. Il gentilizio è attestato in età romana nel Cicolano dall’iscrizione CIL IX 4119, e nella vicina Amiternum (CIL IX 4487), dove tra l’atro il personaggio ricordato dimostra una chiara origine sabina dal prenome del padre, Attus.

Quanto ai Caedici (vedi Fig.1 sopra), le località note nella storia con questo nome sono un vicus Caedicii, sulla via Appia presso Sinuessa (probabilmente lo stesso luogo chiamato “Caediciae tabernae” in Paul. Fest., p.45), noto da Plinio nel naturalis historiae XIV 62, e soprattutto il già menzionato Campus Caedicius di Plinio, nat. hist. XI 241, che sembra da porre in relazione con i Vestini. come i Comini, anche i Caedici compaiono come gens romana, questa volta plebea, già nel V secolo: troviamo infatti un L. Caedicius tribuno della plebe nel 475. nel 391 un M. Caedicius avrebbe udito una voce divina che presagiva l’avvento dei Galli. nell’anno successivo i centurione Q. Caedicius guida a riscossa dei Romani rifugiati a Veio: curiosamente questi si trova ad interagire proprio con il Pontius Cominius poco sopra ricordato.

Gli unici Alfaterni noti in Italia al di fuori del territorio equicolo sono gli abitanti di Nuceria, in Campania: una nota leggenda monetale in osco ricorda i Nuvkrium Alafaternum. il dato non è del tutto irrilevante, soprattutto in considerazione di certe affinità tra l’area fucense e la Campania emerse nei corredi funerari della prima età del ferro della necropoli equa di Scurcola Marsicana.

Contatti con la Campania sono suggeriti anche dalle uniche tre iscrizioni preromane note nel Cicolano, purtroppo da tempo perdute e sospettate di falso. La lingua di questi testi infatti (e, nella prime due di esse, la scrittura) appare di tipo osco, con alcuni aspetti “umbrizzanti”. all’ambito osco rinvia anche la magistratura menzionata in tutte e tre le epigrafi, quella del meddiss.

Del resto, come abbiamo appena visto, le quattro comunità equicole citate da Plinio (nat.hist. III 108) suggeriscono lungo una linea che percorre la dorsale appenninica in senso verticale dall’Umbria alla Campania, passando attraverso la Sabina ed il Sannio: il percorso che le fonti ci dicono seguito dagli eserciti dei Romani, dei Sanniti, di Annibale; ma anche la via lungo la quale in epoche remote dovettero svilupparsi molti spostamenti di genti che, attraverso il rito del ver sacrum, avrebbero dato origine a gran parte dei popoli italici di età storica. fulcro di questi movimenti sarebbe stata, a detta di Varrone, la Sabina, non certo quella tiberina, ma la Sabina interna, il cui territorio confinava proprio con l’ager Aequiculanus.