Equicoli ed Equi: due nomi per uno stesso popolo

Contributo dell’archeologo Alessandro De Luigi – Equi ed Equicoli tra storia e archeologia – tratto da “Persistenze ed evoluzione del popolamento in area centro-italica in epoca antica: il caso del vicus di Nersae” di Flaminia Gemma 2011

Il territorio del Cicolano (dal latino ager Aequiculanus), ai margini orientali dell’attuale provincia di Rieti, in corrispondenza della valle del fiume Salto, deve il suo nome all’antica popolazione che lo ha abitato sin da tempi assai remoti: gli Equicoli (Aequiculi, Aequicoli). Nella tradizione storiografica antica questo etnico non è molto frequente (almeno per i fatti relativi all’epoca precedente la romanizzazione), mentre è molto più utilizzato quello degli Equi (Aequi), diffusi anche lungo l’alta e media valle dell’Aniene e nella Marsica sud-occidentale (area di Alba Fucens), protagonisti di una lunga serie di guerre contro i Romani nel corso del ve del ivsec. a.C., che li portò ad occupare un’area del Latium vetus a ridosso dei Colli Albani. Le fonti principali su questi avvenimenti, Livio e Dionigi di Alicarnasso, usano infatti rispettivamente i termini Aequi ed Aequiculi. L’etnico Equicoli viene da essi utilizzato soltanto in due episodi specifici: l’introduzione a Roma dello ius fetiale all’epoca di Anco Marcio (Liv. I, 32, 5) o addirittura di Numa (Dion. Hal. II, 72, 2); la fondazione della colonia latina di Carsiolis (Carsoli) alla fine del ivsec. a.C. (Liv. x, 13, 1). In realtà i due differenti nomi dovrebbero indicare lo stesso popolo. Il termine “Equicoli” sembrerebbe semplicemente quello di uso più recente. In tal senso potrebbe essere letto un passo di Diodoro Siculo (XIV, 117, 4), storico anch’egli dell’età di Augusto, il quale, parlando della città di Bolae, nel Latium vetus orientale (quindi ben lontano dall’odierno Cicolano), sostiene che essa “fu saccheggiata dagli Equi, quelli che ora sono chiamati Equicoli”. Quell’“ora” sta ad indicare chiaramente l’epoca in cui scriveva Diodoro, quella augustea appunto, durante la quale il nome di “Equicoli”aveva sostituito quello di Equi. Una conferma di ciò viene anche da Suetonio, Vitell. 1, dove si parla della colonia fondata dai Romani a Vitellia, un’altra città che doveva trovarsi presso i confini del Latium vetus orientale, per contrastare gli Aequiculi, poi perduta nel 393 a.C. Inoltre Plinio il Vecchio (Nat. Hist. III, 106108), quando menziona le gentes fortissimae Italiae della regio IV , non nomina affatto gli Aequi, mentre parla degli Aequiculi, con riferimenti al Cicolano (Cliternia) ed a Carsoli, menzionando anche alcune comunità scomparse (Comini, Tadiates, Caedicii, Alfaterni). Il fatto poi che Plinio ricordi gli Aequiculi come una gens (nazione), alla pari dei Sanniti e dei Sabini indurrebbe a supporre che durante l’età Romana il nomen Aequiculum avesse effettivamente sostituito il nomen Aequum, emarginato in un territorio circoscritto, forse corrispondente alla sua sede originaria. È probabile infatti che il nome di “Equicoli” abbia prevalso su quello di “Equi” all’indomani della romanizzazione di questo popolo, avvenuta tra la fine del iv e gli inizi del III sec. a.C., quando esso venne ridotto entro confini più ristretti, quelli dell’attuale Cicolano, da dove probabilmente questa gente proveniva.

È possibile immaginare che gli Equi, così come i Sabini, abbiano tentato di spostarsi nel corso del tempo dal cuore dell’Appennino centrale verso occidente, in cerca di territori più fertili e produttivi collocati a quote meno elevate, fino ad arrivare alle porte di Roma. Per cui quando in età tardo-repubblicana o imperiale si parla di Equicoli si intendono stricto sensu le popolazioni stanziate lungo la valle del Salto (ager Aequiculanus), ma anche, per esteso, tutti gli Equi, probabilmente per il fatto che questo popolo, ridotto allo stremo dopo la conquista romana (in Liv. IX, 45 si parla di un nomen Aequum prope ad internecionem deletum, vale a dire ridotto quasi al totale sterminio, annientamento), venne confinato entro i ridotti confini del territorio da cui traeva le proprie radici.


Vicende storiche degli Equi dalle origini alla romanizzazione

Se prestiamo fede alla tradizione letteraria, dovremmo ipotizzare che in epoche già piuttosto remote (VIII- VII sec. a.C.) gli Equi siano venuti a contatto con i Romani: in questo senso andrebbe letta la sopracitata notizia relativa all’introduzione, da parte del re equicolo Ferter (o Fertor) Resius, dello ius fetiale, il diritto dei feziali, un insieme di leggi sacre che determinavano i rapporti tra i popoli confinanti sia in caso di pace che in caso di guerra:1 il nome di questo re ci è tramandato, oltre che da due fonti letterarie tarde (Lib. De praen. 1; auct. De vir. III. 5), anche da un’iscrizione arcaizzante su un cippo rinvenuto sul Palatino ( cil VI, 1302), relativa allo stesso episodio:

Ferter Resius / rex Aequeicolus / is preimus / ius fetiale paravit / inde p(opulus) R(omanus) discipleinam excepit.

Le prime notizie di conflitti tra Romani ed Equi comunque vengono collocate da Livio (la nostra fonte più importante sugli Equi, assieme a Dionigi di Alicarnasso), all’epoca di Tarquinio il Superbo (ultimi decenni del vi sec. a.C.), che stipulò una pace con gli Equi all’indomani della conquista della città latina di Gabii (Liv. I,53, 8; I, 55, 1). Altri autori, come Strabone e Cicerone, collocano invece i primi scontri tra Romani ed Equi durante il regno di Tarquinio Prisco (fine VII-inizi VI sec. a.C.), affermando entrambi che all’epoca gli Equi erano un popolo molto vicino geograficamente ai Romani: potrebbe comunque trattarsi di reduplicazioni di eventi, fenomeno per nulla infrequente nell’annalistica romana, anche se la notizia catoniana relativa al dominio etrusco sui Volsci nel Lazio induce ad una maggiore prudenza sull’argomento.

Agli inizi del v sec. a.C. comincia una lunga serie di guerre che vedrà contrapposti gli Equi ai Romani fino al primo decennio del IV sec. a.C., spesso a fianco dei fedeli alleati Volsci, in una serie di alleanze che, nei primissimi tempi, incluse anche Sabini ed Ernici. Il 488 a.C. è l’anno che vede i Volsci guidati dall’esule romano Coriolano discendere con successo nel territorio latino, con l’aiuto degli Equi ed altri alleati, secondo quanto afferma Dionigi (VIII, 16, 3). Ed è proprio grazie a questo successo che probabilmente gli Equi riescono ad impossessarsi di alcuni importanti centri lungo la via Latina, come Vitellia, Bolae e Corbio. La via Latina, che collega la valle del Sacco all’agro romano passando per il valico dell’Algido, rimane il percorso privilegiato degli Equi per le loro incursioni nel territorio romano. Da qui gli Equi, quasi certamente passando per il varco tra i Colli Albani ed i Monti Lepini, riescono a portare i propri soldati nel territorio degli alleati Volsci, arrivando persino sulla riva del mare, ad Anzio, dove inviano alcune guarnigioni come presidio (Dion. Hal. IX, 57-58; Liv. III, 22). Durante i primi decenni del v sec. a.C. gli Equi avanzano molto lungo la via Latina, occupando addirittura per breve tempo  Tusculum (Liv. iii, 23), e giungendo con i loro saccheggi fino alle porte di Roma (Liv. III, 47). I Romani, per porre fine all’espansione degli Equi, decidono di avanzare lungo la via Latina, contrastando il nemico nel punto più strategico su questo percorso: il monte Algido. Il fronte di guerra tra Romani ed Equi si concentra qui: i Romani, con la battaglia del 458 a.C. vinta da Cincinnato contro Gracco Clelio (Liv. III, 25-29; Dion. Hal. X, 22-24), e soprattutto con quella del 431 a.C. vinta da A. Postumio Tuberto contro un esercito congiunto di Equi e di Volsci (Liv. IV, 26-29; Ovid. Fast., VI, 721-724), riescono ad avere la meglio. Il fatto che la data della battaglia vinta da Tuberto (18 giugno) sia stata riportata nei giorni fausti del calendario è un indice dell’importanza che questo scontro rivestì nell’ambito della lunga serie di guerre tra i Romani, gli Equi e i Volsci. Dopo quest’anno infatti le battaglie tra Romani ed Equi si diradano, anche se gli scontri lungo la via Latina continuano, sebbene più lontano da Roma.

Nell’ultimo ventennio del V sec. a.C. i Romani sembrano arrivare anche molto lontano nel territorio nemico, se è vera la notizia della cattura di un castellum ad lacum Fucinum (Liv. IV, 57, 7), forse avvalendosi come punto di partenza dell’enclave del territorio degli Ernici, la cui preziosa alleanza i Romani si erano procurati già dal 486 a.C. (Liv. II, 41, 1; Dion. Hal. VIII, 69, 2). La caduta nel 389 a.C. di Bolae (Liv. VI, 2, 14), caposaldo equo lungo la via Latina probabilmente fin dai tempi di Coriolano,11 segna l’inizio di un lungo silenzio nelle fonti riguardo le guerre tra i due popoli. Bisogna infatti arrivare al 304 a.C. per trovare di nuovo Equi e Romani in aperto conflitto: l’alleanza con i Sanniti costa cara agli Equi, che si vedono catturare ben trentuno (secondo Liv. IX, 45, 17; addirittura quaranta secondo Diod. XX, 101) oppida, e sono ridotti allo stremo. La fondazione delle colonie di Alba Fucens (304 a.C.: Liv. X, 1) e Carseoli (302 o 298 a.C.: Liv. X, 3; Vell. I, 14) fa capire come ormai i Romani siano arrivati ad occupare la valle dell’Imele e del Turano. La parte del territorio degli Equi lungo la valle dell’Aniene fino alla conca carseolana viene redistribuita nella tribù Aniensis, istituita nel 299 a.C. (Liv. x, 9, 14). È probabile invece che la parte più interna del territorio degli Equi, vale a dire il Cicolano (ager Aequiculanus), sia stata romanizzata all’indomani dell’occupazione della Sabina da parte di Manio Curio Dentato (290 a.C.), e quindi ascritta alla tribù Claudia. Accanto al municipium di Cliternia (l’odierna Capradosso) ricordato da Plinio (III, 106) e Tolomeo (Geograph. III,1,49),doveva esistere anche quello della res publica Aequiculanorum(attestato solo nell’epigrafia),2nome che secondo gli studi più recenti intendeva tout-court il centro di Nersae, municipalizzato in epoca tardiva (tra l’età augustea e quella giulio-claudia), dopo una lunga tradizione paganico-vicana del territorio equicolo. I Romani sembrerebbero comunque aver mantenuto in quest’area a livello amministrativo degli elementi di continuità con il passato: ciò appare evidente dall’epigrafia, nella quale è attestata, per quanto riguarda i municipi, la carica suprema del duovirato (anziché il più comune quattuorvirato), forse in ossequio ad una tradizione precedente che prevedeva la presenza di due meddices (il meddixera la magistratura suprema dei centri osci).

Alessandro De Luigi